Pagine

confrontandoci

Nato per parlare di disabilità intellettiva, man mano ho aggiunto un pò di tutto...poesie, cucina, aforismi, racconti...ecc. :)


06/04/12

L'uso delle parole....

Un articolo di Franco Bomprezzi
Perché i lettori di corriere.it hanno reagito così emotivamente, in modo tanto forte e veemente, a un articolo pacato e sereno come quello di Claudio Arrigoni, pubblicato oggi nel nostro blog InVisibili? Perché le parole fanno così paura? Come mai in molti sentono il bisogno irrefrenabile di scagliarsi contro il tentativo di spiegare, molto semplicemente, quali sono o sarebbero le parole più adatte, giuste, corrette? E dico solo “corrette”, perché molto spesso si confonde subito questo concetto con il “politicamente corretto”, che è invece molto spesso sinonimo di ipocrisia, di difficoltà di comunicazione autentica.
Mi sono dato una spiegazione e la offro ai lettori, perché penso che questa possa essere una salutare discussione collettiva, dalla quale ognuno esce meno povero intellettualmente, e forse anche umanamente. Il motivo per cui continuiamo a cambiare le parole attorno alla disabilità è legato soprattutto alla connotazione negativa che tali parole, nel corso del tempo, vengono ad assumere. In pratica le parole si logorano prestissimo. Sparisce quasi subito la carica innovativa e positiva, e ogni termine, nato con le migliori intenzioni, si trasforma in un insulto, in un’offesa, a volte perfino in un modo di dire, da usare in contesti diversi. Quante volte abbiamo sentito dire, in dialoghi grezzi, ma non solo da tamarri: “Ehi, sei un mongolo!”. Oppure: “Io non sono mica handicappato!”. Già. Magari fra qualche anno si dirà: “Io non sono mica un disabile…”. Eppure stiamo parlando delle medesime persone, ovvero di persone che, in un contesto sociale, per un deficit fisico, sensoriale o intellettivo, si trovano in una condizione di disabilità.

Le parole si logorano perché in Italia, più che altrove, la disabilità è connotata negativamente, come un fardello ingombrante, un peso, un carico di sfortuna, di sofferenza, di diversità, di dolore. Le persone con disabilità in Italia si dividono in due: eroi o vittime. La normalità non esiste, viene sacrificata sull’altare di una comunicazione fuori registro, spesso ignorante e superficiale, incapace di trovare la sintonia tra le parole e le cose.
Perché in Francia sopravvive ad esempio il termine “handicapé”? Senza che nessuno si offenda? Semplicemente perché in Francia l’inclusione sociale, umana, lavorativa è quasi scontata (ad eccezione della scuola, dove sopravvive il modello delle scuole speciali). In Spagna si usa addirittura il termine “minus validos”. Ma lì, specie a Barcellona (per fare un esempio concreto) le barriere architettoniche non esistono praticamente più. La presenza delle persone disabili è dunque vissuta come normale, come positiva, ovviamente con le dovute eccezioni. Nel Regno Unito, nei dvd, la sottotitolazione è indicata per “hard of hearings”, che in italiano suonerebbe “duri d’orecchio”. Quindi non solo tecnicamente i sordi, ma anche gli anziani. Ma lì i sottotitoli ci sono, mentre da noi quasi mai.
Il problema delle parole è che pesano come pietre. Vorrei che i lettori più insofferenti al nostro argomento se ne facessero una ragione: non è una questione di lana caprina, o una discussione sul sesso degli angeli (che pure non è priva di significato). L’impaccio delle parole è la riprova che facciamo fatica a metterci in relazione gli uni con gli altri. Anche il mondo della disabilità sconta questo limite: troppo spesso è chiuso in se stesso, in una discussione fra persone che condividono tutto, a cominciare dalle letture, per finire ai documenti estenuanti e illeggibili che purtroppo circolano ancora nelle associazioni e nei convegni.

Il merito di un blog come questo, secondo me, è quello di costringerci tutto a uno sforzo di ascolto e di comprensione reciproca. Non siamo “handicappati frustrati”, come ha scritto un lettore con qualche problema personale. Siamo al contrario un gruppo di giornalisti che vivono benissimo, inseriti nel contesto sociale, ricchi di relazioni umane e di impegno. Chi ha scritto il precedente post, cioè Claudio Arrigoni, tra l’altro non è una persona con disabilità, ma è un giornalista sportivo, apparentemente (ma solo apparentemente) normale.
Perciò i consigli sull’uso delle parole più corrette, per favore, prendeteli in considerazione con un po’ di rispetto. Non sono il frutto di un capriccio. Sono un segnale di educazione, e di apertura di dialogo con la società là fuori, con tutti voi,  con tutti noi. InVisibili e non.

2 commenti:

elena skall ha detto...

Pertinente, esauriente, vero: in una parola un articolo stupendo,come sempre quelli di questo autore, perché scritti da chi sa cosa scrive e di cosa scrive. Grazie Franco. elena skall

Valeria ha detto...

è vero, Franco Bomprezzi sa sempre quello che scrive...anche perchè lo vive sulla propria pelle..ciao e grazie!