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confrontandoci

Nato per parlare di disabilità intellettiva, man mano ho aggiunto un pò di tutto...poesie, cucina, aforismi, racconti...ecc. :)


21/03/12

Due vite per caso...

Una bellissima testimonianza di Vittorio Podestà, atleta del Barilla blue team, che si sta preparando per le paralimpiadi:

Molto spesso veniamo “sfiorati” dal mondo della disabilità per via di un amico o di un parente non stretto, ma per scarsa informazione, paura, o semplicemente vergogna e imbarazzo tendiamo a non immedesimarci, come invece ci capita di fare per altri aspetti tristi che fanno parte della vita reale, e a non pensare realmente cosa possa significare davvero essere disabili. E’ molto più facile immaginare qualcosa che è veramente più tragico, come la morte, ma non alla disabilità forse perché si è portati a pensare, che sia qualcosa di peggiore, alla quale non sapremmo come reagire e rimediare: la morte ha almeno “la sicurezza” dell’irrimediabilità.
E’ successo anche a me: ho un amico che è rimasto paralizzato in seguito a un incidente prima di me e anche se mi sforzavo di comprendere le sue reazioni, le sue parole e la sua nuova realtà, il mio cervello si rifiutava di pensare alle conseguenze di un simile evento e di pensare che a me sarebbe mai potuto accadere.

Chi crede al destino invece dirà che nella mia storia era scritto: Vittorio Podestà avrebbe dovuto vivere due vite. In quei momenti vieni messo alla prova in un modo al quale nessuno è preparato e che difficilmente una persona che non ha vissuto esperienze così forti riesce a comprendere. E’ per questo che le rassicurazioni di chi ti sta intorno non sono credibili perché dettate dalla compassione e dalla voglia di rincuorarti a tutti i costi, quando sono loro le prime persone ad essere disperate e ad avere bisogno di essere rincuorate e aiutate.

Sono onesto quando dico che nel mio caso la disperazione dopo l’incidente è svanita nel giro di poche ore e che la nuova vita si è subito impadronita di me, regalandomi presto nuove emozioni e nuove soddisfazioni. Mi risuonavano nella testa le parole di quel mio amico paralizzato e solo allora comprendevo il loro vero significato: la sua positività e la sua forza stavano diventando mie e il risentirle ripetere con il suo sorriso sincero di persona consapevole della sua situazione ma sicura di ciò che sta dicendo, sono state vera rassicurazione e speranza.

Certo mi sono accorto di aver avuto il grande dono di un carattere che sa subito reagire con fiducia e ottimismo a prove così dure, aiutato dall’educazione e dai valori impartitimi dalla famiglia riguardo all’importanza della cultura e dello sport per la crescita di una persona, che mi hanno “tranquillizzato” sul fatto di avere ancora un futuro anche senza gambe.

Avevo la sensazione che la vita vera non sarebbe finita e rapidamente ho capito che potevo comunque continuare ad essere utile, ad amare, a lavorare, avere una famiglia, fare sport e divertirmi come prima. Il mio futuro non era da buttare ma da solo ricomporre con tasselli diversi e fin dai primi giorni ho lavorato con impegno per ricostruirmi una vita il più possibile indipendente e “normale” a dispetto dell’handicap.

Certo non avevo pensato che la mia seconda vita potesse essere tanto soddisfacente come si sta avverando, né tantomeno lo potevo pensare prima dell’incidente, immaginando la vita di un disabile.

Purtroppo la nostra società non ti prepara ad affrontare nel modo giusto imprevisti di questo genere e a capire che la vita da disabili non deve essere per forza una vita di “serie B”, da sfortunati che “si limitano a sopravvivere” invece di vivere pienamente. La comunicazione, molto spesso, si ferma solo al primo gradino, alla tragedia, mostrandola senza speranza di rimedio e non aiuta a guardare oltre, con ragionevole fiducia, costruttivo ottimismo ma senza fragili illusioni.

Non è il mio caso, ma lo riscontro ogniqualvolta mi viene chiesto un parere: questo tipo di atteggiamento pessimista ricade soprattutto sui familiari coinvolti, i primi che avrebbero bisogno di sapere il modo migliore per affrontare questi momenti, e che invece inconsapevolmente contribuiscono a creare un clima negativo intorno alle persone che sono vittima di incidenti simili al mio, soprattutto se molto giovani come accade purtroppo molto spesso in questi anni. Penso che uno dei nostri compiti sia anche questo: far capire al mondo che con la disabilità non deve per forza finire tutto ma, al contrario, che si può continuare a vivere in modo diverso senza dover rinunciare “al sale” dell’esistenza di una persona.

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